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L'ultimo giorno di vacanza lo passi già a casa

TIPISPIAGGIA · Come si torna

Alle sette del mattino hai i piedi nella sabbia e sei già nel corridoio del supermercato sotto casa. Come si riconosce il rito dell'ultimo giorno, perché non ti volti mentre esci dal parcheggio, e la cosa di trenta secondi da fare prima di caricare la macchina.


Le sei e cinquanta dell'ultimo giorno. Non ha suonato niente: ti sei svegliata da sola, e in due settimane non era mai successo. Fuori c'è ancora quella luce bianca e senza colore che dura mezz'ora e poi non c'è più.

Il piano l'avete fatto ieri sera a tavola, fra il caffè e il conto: si parte alle dieci, così alle due siamo a casa e non prendiamo il traffico del rientro. Detto adesso, vuol dire che di questo posto ti restano tre ore, e che una la passerai a caricare la macchina.

Scendi lo stesso, con la felpa sopra il costume. La spiaggia a quest'ora non è ancora la spiaggia: gli ombrelloni sono chiusi e legati, il bagnino passa con il rastrello e lascia le righe dritte sulla sabbia. Fra due ore sarà tutto pieno. Tu non ci sarai.

E mentre guardi l'acqua ferma la testa si mette al lavoro: l'uscita dell'autostrada, l'autogrill di sempre, l'ora d'arrivo, la spesa che manca, il pane per domani. Sei qui con i piedi nella sabbia ancora fredda e sei già nel corridoio del supermercato sotto casa.

Il bagno lo fai comunque, perché è l'ultimo e si fa. Entri, dieci bracciate, ti volti verso riva e sei fuori dopo quattro minuti, con addosso una fretta che non ha nessun motivo: non ti sta aspettando nessuno. Infatti la fretta non è di nessuno. È tua.

Il modo in cui saluti un posto decide quanto te lo porti dietro

È la prima cosa da tenere, e va tenuta oggi, perché domani non c'è più. Se lo saluti di corsa, a novembre di due settimane non ti resterà un giorno preciso: ti resterà un blocco unico, senza contorni.

Il rito dell'ultimo giorno, e come si riconosce

Comincia la sera prima, quando metti via le cose «tanto domani serve solo il minimo», e finisce con la macchina caricata alle nove e quaranta.

Si riconosce da come parli. Dalle nove in poi le frasi diventano tutte logistiche: hai preso il caricabatterie, chi ha le chiavi, il sacco dell'umido lo portiamo giù noi. È un modo di stare in un posto senza starci, e funziona benissimo: mentre ti occupi del bagagliaio non hai un secondo libero per accorgerti che è finita.

Si riconosce dall'orologio. L'ultimo giorno è l'unico in cui guardi l'ora ogni dieci minuti, e sempre per sottrarre: manca un'ora e mezza, manca un'ora, adesso però dobbiamo andare. Le altre mattine l'ora non l'avevi cercata nemmeno una volta. Te la diceva l'ombra dell'ombrellone, che verso le due arrivava fino ai piedi.

Si riconosce da un malumore preciso, che con la tristezza non c'entra niente. Assomiglia di più a un fastidio: rispondi corta, ti dà noia chi non è pronto, ti dà noia perfino il mare, che oggi è bello. Se fosse brutta, questa mattina, non ci sarebbe niente da lasciare.

La parte che non dici a nessuno

Non ti volti. Chiudi il cancelletto, metti la retina e gli asciugamani nel bagagliaio, sali, e mentre esci dal parcheggio tieni gli occhi sulla strada.

Ti sei convinta che sia una forma di praticità, e invece è una forma di difesa, e le due si somigliano moltissimo.

Non lo fai per freddezza. Lo fai perché guardare vuol dire sentire, e sentire adesso, con quattrocento chilometri davanti e una macchina piena, ti sembra un lusso che non ti puoi permettere.

Chi ti ha insegnato a non salutare

Non l'hai inventato tu, e non è un difetto di carattere. Il saluto tagliato corto si impara presto, guardando, e non lo insegna nessuno a parole: sta nell'aria di una famiglia, come l'ora in cui si cena.

A casa tua, forse, i saluti si facevano già così. Il nonno salutato dal finestrino con la macchina che si muoveva. Le partenze in cui qualcuno diceva vai vai, che poi ci sentiamo, e nessuno restava fermo sul marciapiede più di quattro secondi. L'ultimo giorno di scuola liquidato in dieci minuti di banchi da svuotare.

Sotto la regola c'era un'idea: che salutare bene faccia più male. Che se ti fermi a guardare una cosa mentre finisce poi la senti tutta, e sentirla tutta ti rallenta proprio nel momento in cui devi guidare, tenere insieme, contare le teste. Meglio muoversi. Meglio avere qualcosa in mano da portare giù per le scale.

Poi ci si è messo il lavoro a darti ragione, perché in ufficio l'ultimo giorno prima delle ferie e il primo dopo si somigliano: si sbrigano. Nessuno festeggia una fine, si passano le consegne. Chiudere in fretta è diventata una specie di buona educazione, e chi ci mette un attimo in più sembra che stia facendo scena.

Il conto arriva a novembre

Ed è per questo che non lo colleghi mai a stamattina. Arriva una sera qualunque, in fila alla cassa o in macchina ferma a un semaforo, quando qualcuno ti chiede com'è andata quest'estate e tu senti, mentre apri la bocca, che stai per dire una cosa vaga.

Perché non ti viene in mente un giorno. Ti viene in mente il mare in generale, una sensazione di caldo e di sabbia, e la faccia di due o tre persone. Ma il martedì dal giovedì non lo sai separare, e la cena buona non sai più in che sera è caduta. Due settimane intere si sono impastate in una cosa sola, che dura quanto una frase.

Un periodo si tiene per gli angoli, e gli angoli sono due: il primo giorno e l'ultimo. Il primo ce l'hai, perché si nota da solo, con le lenzuola nuove e il rumore diverso delle persiane. L'ultimo l'hai passato a caricare il bagagliaio. Ti resta in mano un pacco con un angolo solo, e i pacchi tenuti per un angolo solo scivolano.

E c'è il costo più stupido, quello di oggi: le ultime tre ore le rovini con una cosa che comincerà comunque. Il rientro arriva alle due del pomeriggio che tu ci pensi o no, esattamente uguale, e non gli serve nessuna delle prove generali che gli stai facendo adesso, sul telo, con il costume ancora bagnato.

Trenta secondi e un foglietto

Manca una cosa sola, ed è di carta. Perché fra sei settimane, quando sarai in mezzo a ottobre con il riscaldamento che non parte, di stamattina si ricorderanno in due: tu e un foglietto. Una delle due ha già dimostrato altre volte di non essere affidabile, e non è il foglietto.

Falla adesso, con i capelli ancora bagnati, prima di risalire a caricare. Ti servono trenta secondi e una penna, e se la penna non ce l'hai te la fai prestare al bar del lido insieme all'ultimo caffè.

Fai l'ultimo bagno da sola, alle sette, senza telefono. Poi siediti e scrivi su un foglietto una cosa sola che ti porti a casa da queste due settimane — una, non un elenco — e mettici la data di oggi. Piegalo in quattro e infilalo nel portafogli, dietro la tessera che usi tutti i giorni. Non è un ricordo: è l'unica cosa che a novembre potrai ancora leggere con gli occhi di stamattina.

Non stare a cercare la cosa giusta. Scrivi quella che ti viene per prima, anche se ti sembra piccola, anche se è «la doccia fredda all'uscita dall'acqua». Le cose piccole sono quelle che reggono l'inverno: le grandi le hai già dimenticate altre volte, e ci hai messo poco.

Alle dieci partite. Il sedile scotta, la borsa frigo è in mezzo ai piedi, qualcuno chiede quanto manca prima ancora di arrivare alla rotonda. Ma stamattina alle sette sei stata in un posto vuoto che era tuo, e adesso quel posto viaggia con te, piegato in quattro, dietro una tessera, in autostrada.

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