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La frase che ti dici allo specchio non è tua

TIPISPIAGGIA · Il corpo che mi porta al mare

Arriva già formata, sempre uguale, e ci mette meno di un secondo. Non si aggiorna con gli anni, colpisce sempre lo stesso centimetro e sceglie i momenti buoni. Prova a dirla ad alta voce: la bocca fa fatica, perché non è la tua lingua.


È il primo giorno, sono le sette e mezza, e sei appena rientrata dalla spiaggia. In bagno c'è ancora l'odore di crema e di sale, il costume bagnato sul bordo della vasca, la sabbia che scricchiola sulle piastrelle. Ti sfili il pareo davanti allo specchio dell'armadietto, quello piccolo, e mentre allunghi la mano verso il rubinetto la frase arriva.

Non la pensi: la senti. Arriva già formata, con le stesse parole di sempre, nello stesso ordine di sempre, e ci mette meno di un secondo. Non hai avuto il tempo di guardarti davvero: la frase era pronta prima, come se stesse aspettando dietro la porta del bagno che tu passassi di lì.

Poi la giornata riprende. Ti fai la doccia, esci con l'asciugamano intorno, alle otto e mezza siete fuori a mangiare e stai ridendo di qualcosa, e la frase è già sparita dentro la sera come se non fosse mai successo niente.

Il fatto è che tornerà domani sera, uguale. E la sera dopo. La dici da così tanto tempo che non la senti più come una frase: la senti come una constatazione, una cosa che si sa, al pari del fatto che d'estate fa caldo e che il traghetto delle sei è sempre in ritardo.

Solo che le constatazioni non hanno un tono. Questa sì. Ha una cadenza precisa, una piccola pausa a metà, e una parola dentro che tu, parlando, non useresti mai. Prova a dirla ad alta voce e sentirai che la bocca fa fatica: non è la tua lingua.

Perché quella frase, la prima volta, l'hai sentita da fuori. Qualcuno l'ha detta ad alta voce in una stanza, molti anni fa, e tu eri lì.

Come si riconosce che non è tua

Dalle parole. Sono parole vecchie, di un'altra generazione: modi di dire che non hai mai usato per descrivere nessun altro, e che non useresti nemmeno per la tua peggiore conoscenza. Con le amiche parli in un altro modo. Quella frase appartiene a un vocabolario che non frequenti.

Dal fatto che non cambia mai. I pensieri tuoi si aggiornano: cambiano con l'età, con gli anni buoni e con quelli storti, si smussano, si contraddicono. Questa no. È identica a quando avevi vent'anni, identica a quando ne avevi trenta, e non ha registrato nessuna delle cose che nel frattempo ti sono successe.

Dal punto in cui colpisce, che è sempre lo stesso centimetro di te. Non ti riguarda tutta: prende un dettaglio solo, sempre quello, mentre negli anni tutto il resto di te ha continuato a cambiare e quel punto lì è rimasto congelato dov'era.

Da quando arriva, che non è quando sei stanca o quando la giornata è andata male. Arriva nei momenti buoni: mentre ti stai preparando per uscire, mentre guardi una foto in cui stavi ridendo, mentre ti infili un vestito che ti piace. Compare esattamente lì, come se avesse il compito di rimettere le cose a posto.

Perché in spiaggia si sente di più

Perché sei ferma, e non c'è niente che copra. In città la frase arriva lo stesso, ma tu stai correndo, hai le mani occupate, c'è il traffico. Qui c'è il rumore delle onde e un pomeriggio intero, e la frase ha tutto lo spazio che vuole. La senti tre volte in un pomeriggio, sempre uguale, e ogni volta fa lo stesso effetto della prima.

Scriverla, con le parole esatte

Conviene dirlo prima: mettere quella frase su un foglio fa un effetto brutto. Finché sta in testa ha una forma vaga e passa. Scritta a penna, in mezzo a una pagina bianca, si vede quanto è corta e quanto è vecchia.

Ed è esattamente per questo che funziona. Una frase in testa non ha misura: occupa tutto lo spazio che c'è. Sul foglio occupa una riga e mezza, e sotto ci sta il nome di una persona che quel pomeriggio stava pensando ad altro.

Va bene qualunque foglio: il retro di uno scontrino, l'ultima pagina del libro che hai in borsa. Non è un documento e non deve durare: basta che per cinque minuti quella frase stia da un'altra parte.

Scrivila così com'è, con le parole esatte. Sotto, scrivi chi te l'ha detta la prima volta. Se non ti viene un nome va bene lo stesso: intanto è uscita dalla testa e sta su un foglio.

Se te la sei portata dietro da sola per trent'anni, non sparirà per un foglio piegato in quattro. Ma la prossima volta che arriva, davanti allo specchio dell'armadietto con la sabbia sulle piastrelle, ci sarà mezzo secondo in più fra la frase e te. Quel mezzo secondo è tutto quello che serve per sentire di chi è la voce.

E se una sera ti accorgi di averla detta ad alta voce, davanti a qualcuno di undici anni, fermati lì e non aggiungere niente. Basta non finirla. La catena si interrompe così.

Una cosa da sapere

Se il rapporto con il tuo corpo o con quello che mangi è diventato una faccenda di tutti i giorni — se ci pensi appena sveglia e prima di dormire, se decide che cosa fai e con chi ci vai — allora una pagina non è la cosa giusta. Non perché tu sia arrivata a chissà quale punto: perché una pagina non conosce la tua storia e non si accorge di come stai andando. A volte serve qualcuno che guardi te, e quella porta è più vicina di come te la immagini.

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