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Il corpo che ha portato tutto, e nessuno l'ha nominato

TIPISPIAGGIA · Il corpo che mi porta al mare

La salita nella sabbia molle con l'ombrellone in spalla, il bambino tirato su di lato, la borsa frigo trascinata con una mano. La sera, allo specchio, dici la solita frase sulle stesse braccia — e non ti sembra strano.


Il parcheggio buono era pieno e hai lasciato la macchina in fondo allo sterrato, all'ombra di niente. Da lì al cancelletto c'è un tratto di strada bianca, poi il sentiero fra le dune, che sale e ha la sabbia molle, quella che cede sotto il piede a ogni passo. Sono le undici e mezza e il caldo è già quello vero.

Hai l'ombrellone in spalla, tenuto per il centro dell'asta, con la punta in avanti e il telo che ogni tanto ti batte sulla nuca. Sull'altra spalla la borsa grande, quella con i teli, i costumi di ricambio, la crema e il libro che non aprirai. Il gonfiabile mezzo sgonfio sotto il braccio, che scivola e va ripreso ogni venti passi. In mano la bottiglia dell'acqua, presa dal frigo e già bagnata di fuori, e le chiavi.

Il bambino cammina davanti con le ciabatte in mano. A metà salita dice che ha caldo e ti si attacca alla gamba. Allora la bottiglia passa sotto il braccio del gonfiabile, ti pieghi con tutto il carico addosso e lo tiri su di lato, sul fianco, con un braccio solo. Quel gesto lì lo fai da anni e non ci pensi più di quanto pensi a mettere la freccia.

Arrivi, scarichi tutto per terra in una volta, e pianti l'asta girandola nella sabbia avanti e indietro, spingendo con il palmo aperto finché non tiene. Poi i teli controvento, la borsa all'ombra, il gonfiabile da finire di gonfiare. Venti minuti in tutto, e a nessuno — te compresa — è venuto in mente che fosse successo qualcosa.

Alle sette rifai la stessa strada al contrario, con tutto bagnato. I teli pieni di sabbia pesano il doppio, il bambino vuole in braccio, e la duna adesso è dall'altra parte.

Ripercorrila guardando una cosa sola: chi ha portato

Le spalle hanno tenuto due pesi diversi per tutta la salita, uno per parte, e li hanno tenuti fermi. La schiena si è piegata con il carico già addosso, che è la cosa più scomoda che le puoi chiedere. Il braccio destro ha alzato un bambino di lato senza essere avvisato prima. Le gambe hanno fatto l'ultimo tratto nella sabbia molle, che è il pezzo più faticoso di tutta l'estate. Le mani hanno tenuto chiuse le dita su un'asta, su un manico e su un collo di bottiglia nello stesso momento, e non le hai aperte una volta sola fino in cima.

E la giornata cominciava lì. Poi c'è stato il bambino tirato fuori dall'acqua di peso, due volte, che a bagnato pesa un'altra cosa. Il vassoio riportato dal chiosco con i bicchieri che ballano. La sdraio spostata quando l'ombra si è spostata. L'ombrellone tirato su e ripiantato più in là, con l'asta che non voleva entrare e il palmo che spingeva. La borsa frigo trascinata all'ombra con una mano sola, mentre con l'altra tenevi il telo che il vento stava portando via. Le ciabatte, la doccia, di nuovo tutto in braccio fino alla macchina.

In tutto il giorno, nessuno l'ha nominato

Ti hanno detto che sei già abbronzata e che sei organizzata — che è il complimento che ricevono le donne quando hanno appena finito di portare qualcosa. Del lavoro vero, quello fatto dalle spalle e dalle gambe, non è entrata una parola in nessuna frase.

E la sera, in bagno, ti sei guardata le braccia nello specchio piccolo sopra il lavandino e hai detto la solita cosa, quella che dici sempre, con le stesse parole.

Le stesse braccia. Nello stesso giorno, a poche ore di distanza, e non ti è sembrato strano nemmeno per un secondo.

E tutto il resto, che non è successo in spiaggia

Il trasloco fatto in due, con il furgone preso a nolo di sabato e le scatole dei libri portate per le scale, quattro piani, perché l'ascensore era piccolo. Il lunedì eri al lavoro.

Le notti di quell'anno lì, quando uno dei due non dormiva e tu camminavi avanti e indietro nel corridoio tenendolo sulla spalla, sempre la stessa spalla, mezz'ora per volta. I mesi dell'ospedale, con la borsa del cambio e le sedie di plastica del corridoio, e la strada di ritorno guidata la sera.

E le cose senza nome, quelle che non si raccontano perché non sono successe in un giorno solo. La spesa portata su a piedi il sabato, tutte le settimane, con le buste che segnano le dita. Il passeggino tirato su per il sottopasso della stazione, con il bambino dentro, perché l'ascensore era rotto e c'era gente dietro. Le scatole del cambio di stagione tirate giù dall'armadio a braccia alte, sulla sedia della cucina.

Quel corpo lì c'era. Non ha chiesto niente, non si è messo in malattia, non ha alzato la voce nemmeno una volta. Ed è lo stesso che hai davanti allo specchio la sera, e con cui hai un discorso aperto da vent'anni che riguarda soltanto come viene.

Una frase, e non deve essere gentile

Qui si sbaglia mira facilmente, quindi una precisazione. Quella frase non è un complimento. Un complimento è un'opinione su come vieni, e le opinioni si discutono: tu infatti le discuti sempre, e vinci sempre tu. Una frase su quello che è successo oggi non si può discutere, perché è successo, e tu c'eri.

Per questo non deve nemmeno essere gentile. Può essere secca, può essere quasi scortese. «Mi hai portata su per quella salita con tutta la roba.» Deve essere solo vera, e detta al corpo, non su di lui.

E se la frase non arriva, comincia dall'oggetto. L'asta dell'ombrellone sul palmo, il manico della borsa che segna le dita, un bambino bagnato sul fianco: parti da lì e le parole vengono da sole, perché il fatto c'era già e tu non devi inventarlo. Basta nominarlo dicendo la cosa che avevi in mano e il punto dove sei arrivata, e smettere subito dopo.

Stasera, prima di dormire, una frase sola sul tuo corpo, detta per quello che ha fatto oggi. Se non ti viene niente, lascia perdere e riprova domani: non è un compito e non lo controlla nessuno.

Domani mattina, comunque, la borsa la carichi sulla stessa spalla di oggi, e la duna è sempre quella. Il corpo non aspetta la frase per portare: porta lo stesso, come ha sempre fatto. La frase serve a te, che eri l'unica a non saperlo.

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