I tre metri fino all'acqua: il tragitto che ti prepari
TIPISPIAGGIA · Il corpo che mi porta al mare
Resti seduta un quarto d'ora per una traversata di quattro secondi. Gli orari, il posto, quante volte entri: la tua giornata al mare è costruita attorno all'andata e al ritorno, e il mare è il dettaglio.
Sono le cinque e mezza e il libro è aperto sulla stessa pagina da un quarto d'ora. Fa caldo, hai la schiena appiccicata al telo e da qui l'acqua si vede bene: piatta, con quella striscia di luce sopra. Hai deciso di entrare. Lo hai deciso quattro volte, e sei ancora seduta.
Il calcolo comincia adesso. Chi c'è sotto l'ombrellone accanto. Se il ragazzo del lettino di fianco sta guardando il telefono oppure no. Se conviene aspettare che quella famiglia se ne vada, o passare dal lato del chiosco, che è più lungo ma più vuoto. Sono conti che fai in pochi secondi e che non hai mai raccontato a nessuno, perché detti ad alta voce non stanno in piedi.
Poi ti alzi. Il pareo resta addosso, annodato sopra il fianco, per tutto il tragitto. Il respiro si accorcia da solo, senza che tu debba pensarci: è una cosa che il corpo fa da anni all'altezza del bordo del telo. Cammini con l'asciugamano in mano anche se lì l'asciugamano non serve a niente.
Sul bagnasciuga il pareo lo sciogli all'ultimo, con un gesto veloce, e lo lasci cadere. Da lì all'acqua sono tre passi. Li fai in fretta, senza guardarti intorno, e appena l'acqua ti arriva alla vita ti abbassi subito, anche se è fredda.
Poi succede la cosa strana. Sei dentro, l'acqua ti tiene, e ti accorgi che stai bene. Sei rimasta seduta un quarto d'ora per una traversata durata quattro secondi, e adesso che è passata non ti ricordi nemmeno di che cosa avevi paura. L'acqua non ti ha chiesto niente all'ingresso.
All'uscita rifarai tutto al contrario, e all'uscita è peggio: sei bagnata, e correre non si può. Sai già in che ordine prenderai le cose.
Non è uno spazio: è un passaggio
E i passaggi si preparano. È per questo che la tua giornata al mare è costruita attorno a due momenti brevissimi, l'andata e il ritorno, e tutto il resto — l'ora in cui arrivi, il posto in cui ti metti, quante volte entri in acqua — viene deciso in funzione di quei due. Il mare, in questo schema, è un dettaglio.
Lo riconosci dagli orari. Le nove di mattina, quando c'è ancora la brezza e la spiaggia è di quelli che corrono. Le sette di sera, quando il sole è basso e le famiglie hanno cominciato a smontare. Sono le ore in cui il mare è più bello, e questa è la scusa che dai anche a te stessa. La ragione vera è che a quell'ora la spiaggia è vuota.
Lo riconosci dal numero delle volte. Entri una volta sola, al massimo due, e lo decidi in base al costo del tragitto e non alla voglia di stare in acqua. Se il posto è in mezzo agli ombrelloni entri meno; se sei vicina alla riva entri di più. Il tuo rapporto con il mare, quest'estate, lo sta decidendo la piantina dello stabilimento.
Lo riconosci dal pareo, che tieni addosso anche quando il caldo è insopportabile e che sciogli solo all'ultimo. Non serve al sole, non serve al vento, non serve a nessuno: serve a rimandare l'inizio di quei tre metri il più tardi possibile. È una tenda che ti porti dietro, e la tieni chiusa finché puoi.
E lo riconosci da quello che fai con le braccia, che non sanno mai dove stare. Una tiene l'asciugamano, l'altra il pareo, e se non hanno niente da tenere ti inventi qualcosa: il telefono, la bottiglia dell'acqua, gli occhiali da togliere. Non hai mai attraversato quei tre metri a mani vuote. È l'unico tratto della tua giornata che ti prepari come si prepara un discorso.
Quattro secondi nell'ora sbagliata
Non serve una decisione grande: servono quattro secondi presi nell'ora sbagliata, una volta sola. Se va male hai perso quattro secondi, e domani la spiaggia sarà piena uguale e nessuno si ricorderà di niente.
Conviene però sapere una cosa in anticipo: mentre lo fai starai scomoda. Non esiste la versione in cui parti serena e attraversi tranquilla — quella la stai aspettando da anni ed è il motivo per cui rimandi. Si parte così, con il fastidio addosso, e il fastidio finisce prima del tragitto.
Entra in acqua all'ora di punta, con la spiaggia piena, e cammina normale. Sono quattro secondi. Il pareo lascialo sul telo, non sul bagnasciuga. Quando sei dentro, girati e conta quante persone ti stanno guardando: quello è il dato che sei venuta a prendere.
Dopo non cambia tutto. Cambia una cosa sola, ed è abbastanza: la prossima volta sai già com'è andata. Il conto lo farai lo stesso, all'inizio, ma sarà più corto, e poi un pomeriggio ti accorgerai di essere entrata senza pensarci.
E a un certo punto dell'estate ti succederà di alzarti dal telo, camminare fino all'acqua ed entrare, e di ricordartene solo la sera, mentre sciacqui il costume nel lavandino. Sarà il giorno in cui i tre metri saranno tornati a essere sabbia.
Dove finisce una pagina come questa
Una cosa va detta, ed è meglio dirla qui che alla fine. Se il rapporto con il tuo corpo o con quello che mangi è diventato una faccenda di tutti i giorni — se ci pensi la mattina appena sveglia e la sera prima di dormire, se decide che cosa fai, dove vai e con chi ci vai — allora quello che serve non è un articolo da ombrellone.
Non perché tu sia arrivata a chissà quale punto. Perché una pagina non conosce la tua storia, non ti fa domande e non si accorge di come stai andando. A volte serve qualcuno che guardi te. È la stessa cosa che fai quando una spalla ti fa male da mesi e alla fine chiami: non aspetti di non riuscire più ad alzare il braccio, vai perché ti fa male da mesi, e tanto basta.
