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Il crollo non arriva il primo giorno: arriva il mercoledì dopo

TIPISPIAGGIA · Come si torna

Il primo lunedì era andato bene, ed è da lì che parte l'equivoco. La benzina del rientro non si rompe: finisce, come finisce la benzina — e succede quasi sempre nella sera di mercoledì della seconda settimana.


Mercoledì sera, le nove e un quarto. Sei in piedi davanti al frigorifero aperto da un tempo che non sapresti dire, con la mano sulla porta e nessuna intenzione precisa di prenderci qualcosa.

Sei rientrata da nove giorni. La spesa è fatta, le lavatrici sono in ordine, domani è quasi venerdì. Non è successo niente: nessuno si è ammalato, al lavoro le cose vanno come vanno sempre. Eppure stasera hai chiuso la porta di casa e ti sei seduta sulla sedia dell'ingresso con la borsa ancora sulle ginocchia, e ci sei rimasta finché non ti hanno chiamata dall'altra stanza.

In bagno, mentre ti lavi i denti, ti guardi le spalle allo specchio. L'abbronzatura c'è ancora, e si vede benissimo il segno del costume, quella riga bianca netta sopra il braccio. È la prova che due settimane fa stavi in un posto dove alle sette di sera l'unica cosa da decidere era a che ora si andava a mangiare. La faccia sopra quelle spalle, però, è la faccia di marzo.

È questo che non torna. Il corpo racconta una storia, la sera ne racconta un'altra, e tu stai in mezzo senza sapere a quale delle due dare retta.

E mentre spegni la luce della cucina ti arriva la frase, sempre quella, precisa come un appuntamento: ma se sono appena tornata.

Il primo giorno era andato bene

È da lì che parte tutto l'equivoco. Ti ricordi come sei entrata in ufficio quel lunedì: la faccia buona, due colleghi che ti hanno detto che stai benissimo, la posta chiusa entro mezzogiorno. La sera avevi ancora voglia di cucinare. Ti eri detta che stavolta era diverso, e per qualche giorno lo è stato davvero.

Poi le cose sono scivolate senza rumore. Martedì hai spostato una cosa a giovedì. Giovedì l'hai spostata a lunedì. Il fine settimana è passato in commissioni, e adesso è di nuovo mercoledì, il secondo, e la benzina con cui eri rientrata non c'è più.

Non si è rotto niente: è finita, come finisce la benzina.

Si riconosce da cose piccolissime

La macchina lasciata a due strade da casa perché non avevi voglia di fare il giro. La cena che diventa quello che c'è. Il messaggio a cui rispondi con il pollice, «ok», pensando che domani scrivi meglio. La serie che riparti dall'episodio già visto, per non dover decidere niente.

E c'è quella cosa delle sette di sera. Ad agosto alle sette la luce era ancora alta e si poteva fare un ultimo bagno. Adesso alle sette è un'altra ora del giorno, il buio comincia prima, e la giornata ti sembra già finita quando invece devi ancora fare tutto: la cena, i compiti, la lavastoviglie, il pigiama sparito sotto il letto.

L'abbronzatura che rende tutto più difficile

Intanto il colore tiene, e questo rende la sera di mercoledì più dura di quanto sarebbe. Se avessi la faccia bianca di febbraio sapresti a che punto sei. Invece hai addosso il colore di una che è appena stata bene, e non riesci a farlo coincidere con la voglia di niente che ti ritrovi in mano.

Non c'è niente da spiegare, e infatti non lo dirai a nessuno. Domani mattina alle sette sarai in piedi, funzionerai benissimo e nessuno si accorgerà di stasera. Ma è stasera il punto: mercoledì, la seconda settimana, la sera in cui la spinta del rientro finisce.

Un anticipo da restituire

Nessuno l'ha mai detto con una frase intera, ma il patto sulle ferie lo conosci a memoria. Le ferie sono una cosa che ti viene data, e le cose che vengono date si pagano: prima, lavorando il doppio nella settimana che precede la partenza; dopo, rientrando con la faccia riposata e la resa di sempre.

La settimana prima di partire è un piccolo trasloco. Chiudi tutto, lasci le istruzioni, scrivi il messaggio automatico e ti senti in colpa mentre lo scrivi. Parti già in debito, e il debito non resta a casa: sale in macchina con le borse e ti aspetta al ritorno.

Poi torni, e senza accorgertene cominci a restituire. I primi giorni li fai con una spinta che non è tua: è quella del rientro, la stessa che ti fa sistemare gli armadi la domenica sera. Ti sembra energia. È soprattutto la voglia di dimostrare, a nessuno in particolare, che le ferie non ti hanno rammollita.

Quella spinta finisce quando finisce, e non avvisa. Di solito si esaurisce dopo il primo fine settimana, quando la posta arretrata è chiusa, le foto sono state mostrate a chi doveva vederle e nessuno ti chiede più com'è andata. Il rientro è finito. Comincia l'anno.

E l'anno che comincia non è coperto da niente: non c'è la partenza davanti, non c'è il racconto dietro. C'è mercoledì, che è il giorno più lontano da tutti e due i lati della settimana, e ci sei tu con la stanchezza vera — quella che non è andata in ferie perché non era mai stata invitata.

La parola che ti dai

Il costo di questa sera non è la sera. Sono le due righe che ci scrivi sopra mentre la stai vivendo.

La stanchezza da sola dura poco: passa dormendo, oppure passa venerdì. Quello che resta è il giudizio che le appiccichi addosso. Debole. Lagnosa. Una che non regge nemmeno il proprio orario. Sono parole che nessuno userebbe con te, e che tu usi in cucina, da sola, con la voce dei pensieri, che è la più convincente che esista.

Poi il giudizio si allarga all'indietro, e questa è la parte cara. Se stasera sei così, allora le due settimane non sono servite. Se non sono servite, le hai sprecate. E se le hai sprecate è anche colpa tua: hai dormito poco la sera della festa, hai guardato la posta due volte, non hai staccato abbastanza. In dieci minuti, con il telefono in mano, hai fatto a pezzi un'estate intera.

C'è poi un costo che si vede solo dopo qualche anno: smetti di fidarti del riposo. Se ogni volta che ti fermi arriva il conto, fermarsi diventa una cosa sospetta, e nelle sere libere ti trovi a cercarti qualcosa da fare. Non per virtù: per non doverti spiegare com'è che sei ferma.

Stasera si toglie una cosa, non se ne aggiunge una

C'è un motivo se qui non c'è niente da fare. Di solito si chiede un'azione piccola, una cosa da mettere in agenda o da scrivere su un foglietto. Stasera si chiede di toglierne una, ed è molto più difficile, soprattutto in una sera in cui l'unica cosa che sembra restare in piedi è la lista.

Attenzione a una trappola, perché ci si casca tutte: il divano con il telefono in mano non è niente. È una cosa piena, pienissima, solo che non lascia traccia. Alla fine ti alzi con la stessa sensazione di prima e in più l'impressione di aver perso mezz'ora.

Venti minuti di niente. Siediti dove capita — il bordo del letto, la sedia dell'ingresso — e lascia il telefono in un'altra stanza. Non devi respirare in un modo speciale né pensare a qualcosa di bello. I primi minuti saranno lunghissimi, esattamente come i primi minuti sotto l'ombrellone il giorno che eri arrivata. Poi si aprono.

Non sistemerà niente. Domani è giovedì e la giornata sarà la stessa che sarebbe stata comunque.

Ma questa sera l'avrai attraversata invece di scapparle davanti, ed è tutto quello che la sera di mercoledì ti sta chiedendo. Fra qualche settimana il segno del costume non ci sarà più. Ti tornerà in mente stasera, e ti sembrerà strano esserti chiesta come fosse possibile essere stanca con quel colore addosso.

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