Quando il segno del costume non c'è più
TIPISPIAGGIA · Come si torna
Te ne accorgi sotto la doccia, e non è la pelle a dispiacerti. Insieme al colore se n'è andato il modo in cui stavi dentro quelle giornate: il permesso che ti eri data ad agosto è scaduto in silenzio. Ed è il momento più onesto dell'anno.
È un martedì di metà ottobre e te ne accorgi sotto la doccia, mentre ti insaponi una spalla: il segno della spallina non c'è più. Non è andato via stamattina. È andato via giorni fa, e tu te ne accorgi adesso.
Passi la mano sullo specchio appannato e guardi. La riga chiara sotto la spalla si è confusa con il resto del braccio, e il collo del piede è tornato uguale alla caviglia.
Ti vesti quasi al buio, perché alle sette e mezza la finestra è ancora blu. Prendi una manica lunga per la seconda volta quest'anno. Pensi ad altro, alle cose di sempre: che ieri sera alle otto era già notte, che la crema solare è rimasta nel cassetto del bagno e da lì non si muove fino a giugno.
Sul tram apri il telefono per controllare l'ora e ti compare l'ultima foto che avevi guardato. Quel pomeriggio di agosto, i capelli pieni di sale, la faccia di una che non ha niente in programma per le prossime quattro ore. La guardi tre secondi, poi chiudi. L'hai guardata come si guarda una che conosci poco.
Non è la pelle a dispiacerti
E non è la foto. È che insieme al colore se n'è andato anche il modo in cui stavi dentro quelle giornate. Il permesso che ti eri data ad agosto è scaduto in silenzio, e tu non hai firmato niente.
Però è anche il momento più onesto dell'anno, questo. Adesso che il segno non c'è più si vede benissimo che cosa era tuo e che cosa era soltanto vacanza. Fa un po' male e serve: è l'unica verifica che non puoi truccare.
Come si torna indietro, un pezzo alla volta
Non esiste il giorno in cui decidi di tornare come prima: ci torni e basta, un pezzo alla volta, e ogni pezzo preso da solo sembra una sciocchezza. È il mucchio, alla fine del mese, che ha un peso.
Ad agosto scendevi al bar del lido con i capelli bagnati e le infradito, prendevi il caffè, risalivi. Adesso, prima di uscire a buttare la spazzatura, ti guardi nel vetro della porta e ti risistemi. Non è cambiato niente in te nel frattempo: è tornata la vecchia regola, quella per cui prima di farti vedere devi essere a posto.
Poi tornano anche tutte le altre, e sono più di quante ne ricordavi. Mangiare in piedi mentre giri la pentola. Sederti solo quando la cucina è sistemata. Dire «tranquilla, faccio io» prima ancora di sapere che cosa c'è da fare.
Sono regole che ad agosto non avevi abolito. Si erano soltanto staccate da sole, perché al mare non servivano a niente: non c'era la pentola, non c'era il vetro della porta. È bastato rimettere le condizioni perché tornassero tutte insieme, puntuali, senza che nessuno le avesse chiamate.
Il segnale più preciso
Arriva la sera, ed è il numero di volte in cui, in una giornata, chiedi il permesso: di sederti, di uscire, di andare a dormire mentre gli altri sono ancora svegli. Ad agosto quel permesso non lo chiedevi a nessuno. Nemmeno a te.
E qui la faccenda smette di riguardare il colore della pelle. Interessante non è che se ne sia andato: è che se n'è andato portandosi dietro qualcosa che ti sembrava tuo.
Il permesso di agosto era un condono
Da qualche parte, molto presto, hai imparato che per stare bene servono le condizioni giuste. Non te l'ha detto nessuno con una frase: l'hai visto succedere. In casa si respirava quando i conti erano a posto, quando l'esame era passato, quando l'ospite se n'era andato. Il resto del tempo si teneva duro, e tenere duro era normale.
Così l'anno si è diviso in due pezzi molto diversi. Dieci mesi da attraversare, con la testa bassa e il passo regolare, e due settimane in cui finalmente si vive. Non è una cosa che decidi: è un calendario che ti ritrovi in mano già stampato, e che tutti intorno a te usano allo stesso modo.
Dentro quel calendario l'estate diventa un premio. E i premi funzionano così: valgono perché sono rari, quindi tutto quello che succede lì dentro è un'eccezione. Sederti senza fare niente è un'eccezione. Uscire con i capelli bagnati è un'eccezione. Dire di no a qualcuno è un'eccezione — al mare non se la prende nessuno, tanto tornerai.
Il permesso di agosto non è mai stato un permesso vero. Era un condono a scadenza, valido finché c'era la sabbia nella tasca laterale e nessuno ti chiedeva niente. E i condoni finiscono da soli: non serve che qualcuno venga a ritirarli, basta il primo lunedì con la sveglia al buio.
C'è anche il gemello di questo pensiero: che tu funzioni bene solo quando sei in forma, riposata, con il colore giusto e tutto in ordine. E siccome quelle condizioni ci sono due settimane l'anno, per il resto dei giorni sei in prova. Chi vive in prova non chiede niente: aspetta il momento buono, e il momento buono è sempre più in là.
Rimandata a giugno
Il costo di questo modo di dividere l'anno si vede benissimo, ma solo da lontano. Da vicino sembra ragionevole: adesso non è il momento, adesso c'è troppo da fare, ne riparliamo quando le cose si calmano. Le cose non si calmano mai, e nel frattempo hai spostato tutto a giugno.
Guarda che roba ci finisce, in quel mucchio. La telefonata a quell'amica che vedi una volta l'anno. Il corso serale che ogni ottobre apri e chiudi. La camera da sistemare, la visita da prenotare, la sera in cui esci solo tu e nessun altro. Tutte cose che non richiedono l'estate per esistere, e che aspettano l'estate lo stesso.
E poi c'è il pezzo più caro, che non si vede proprio: i giorni normali. Novembre, febbraio, il martedì di marzo con la pioggia. Se quei giorni valgono solo come attesa, li stai attraversando senza starci dentro — la stessa cosa che facevi sotto l'ombrellone quando pensavi già al rientro, ma per dieci mesi invece che per due settimane.
La cosa strana è che a giugno, quando finalmente arriva, non ti senti diversa. Ti serve una settimana buona per smettere di correre, e quando cominci a starci bene è già ora di caricare la macchina. Il momento giusto non arriva: arriva la vacanza, che è un'altra cosa.
Una cosa fisica, tenuta tale e quale
C'è un motivo per cui questo si chiude con qualcosa da fare con le gambe e non con una frase da tenere a mente. Le frasi durano fino alla prossima cosa che devi fare, che di solito arriva entro dieci minuti. Il corpo invece si ricorda soltanto di quello che ha fatto davvero, e se lo ricorda a lungo.
Ti servono un giorno della settimana e mezz'ora, forse meno. Puoi sceglierlo adesso, mentre leggi, oppure stasera mentre aspetti che bolla l'acqua. Ma sceglilo prima di chiudere questa pagina, perché le cose scelte domani hanno la brutta abitudine di non essere scelte mai.
E scegline una che ti piaceva davvero, non una che ti sembra sensata: le cose sensate non reggono novembre.
Prendi una cosa fisica che facevi al mare e tienila anche adesso, tale e quale: camminare venti minuti, nuotare una volta a settimana, uscire di casa quando è già buio. Una sola. Scrivila sul calendario con il giorno e l'ora, come si scrive un appuntamento con qualcuno che non puoi disdire. Poi falla questa settimana, anche male, anche di corsa.
Non è una promessa e non ti chiede di essere costante, che sarebbe chiederti troppo in un mese in cui fa buio alle sei. Ti chiede solo di verificare una cosa: se quella cosa lì regge senza il sole addosso, allora era tua fin dall'inizio, e ad agosto te l'eri soltanto ricordata.
Il colore va via a tutte, ogni anno, e nessuno lo ha mai fermato. Quello che tieni, invece, dipende da te e da un martedì qualunque di ottobre.
