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«Sono negata»: la frase che dici prima che qualcuno guardi

TIPISPIAGGIA · Cosa mi riprendo quest'estate

Fra la racchetta tesa e il tuo no non c'è stato mezzo secondo: la frase era già pronta da anni. L'elenco delle cose che non fai più si è accorciato un pezzetto per volta, e nessuno se n'è accorto.


Sono le sei di sera e sul bagnasciuga si è aperto quello spazio lungo che si apre tutti i giorni a quest'ora, quando il sole si abbassa e la sabbia bagnata diventa dura. Qualcuno ha tirato fuori i racchettoni. Si sente quel rumore lì, secco, con le pause in mezzo, e ogni tanto una risata quando la palla finisce in acqua.

Tu sei seduta sul telo a due metri, con la maglietta addosso e i piedi nella sabbia. Stai guardando, e ti stai anche divertendo a guardare. Poi uno del gruppo si gira, tiene la racchetta per la testa e te la porge dal manico, con quel gesto veloce di chi dà per scontato che tu dica di sì.

E tu dici di no. Lo dici in fretta, prima ancora di aver capito bene che cosa ti hanno chiesto, e lo dici ridendo: «no, no, io sono negata, guarda che disastro». Poi aggiungi qualcosa sul fatto che non prendi una palla dalle medie e che rischi di far male a qualcuno, e già che ci sei ti offri di tenere il telefono di chi gioca.

Il gruppo torna a giocare e la faccenda finisce in due secondi. Nessuno ha insistito, nessuno ci ha fatto caso, nessuno stava valutando niente: era solo una racchetta passata alla persona più vicina, come si passa il sale.

La cosa da guardare non è il no. È la velocità. Fra la racchetta tesa e la tua risposta non c'è stato nessuno spazio, nemmeno un mezzo secondo in cui hai pensato «magari». La frase era già pronta da anni, e stava lì con la sicura tolta, aspettando esattamente questa occasione.

Una dichiarazione anticipata

«Sono negata» è una frase che dici ridendo, e ridendo non è. È una dichiarazione messa lì prima che qualcuno possa vedere come vai davvero, e serve a chiudere la faccenda finché è ancora una battuta e non un risultato.

Ne hai una versione per ogni occasione. Sono negata per lo sport. Non ho orecchio. Non so disegnare nemmeno un albero. Sono un disastro con l'acqua alta. Ballo malissimo, chiedilo a chiunque. Sono frasi che vengono fuori sempre prima, mai dopo, e questa è l'unica cosa che conta di loro.

Poi c'è l'elenco delle cose per cui non ti offri più. Il pedalò, che vuol dire pedalare storto davanti a tutti. La maschera, con quella faccenda del tubo che ti va sempre l'acqua dentro. Le carte la sera, se il gioco non lo conosci. Il ballo in piazza il quindici di agosto, che guardi dal bordo con il bicchiere in mano.

Il ruolo che nessuno ti ha assegnato

Lo riconosci da lì, ed è sempre lo stesso. Tieni le cose. Fai le foto. Segni i punti. Vai a prendere l'acqua. Sono mansioni utili, servono davvero, e hanno il vantaggio enorme di essere posti da cui si guarda senza essere guardate.

Alla fine della vacanza ci sono cinquanta foto di tutti gli altri in acqua, e in nessuna ci sei tu. Non perché ti nascondevi: perché il telefono ce l'avevi tu, ed è una cosa di cui non ti sei mai lamentata con nessuno.

Il punto è che tutto questo non ti pesa. Ti sembra soltanto di conoscerti bene: sai che cosa ti riesce e che cosa no, e ti risparmi le figure. Sembra maturità, e per metà lo è davvero.

L'altra metà è che l'elenco delle cose che fai si è accorciato ogni anno, e nessuno se n'è accorto perché succedeva un pezzetto alla volta.

I bambini sul bagnasciuga

Guardali, che è lo spettacolo più istruttivo della spiaggia. Provano una cosa, gli riesce malissimo, e la riprovano subito. Non c'è la fase in cui si giustificano, non c'è la battuta preventiva, non c'è nessuno che dice «tanto io sono negato». Sbagliano, ridono, e ci ritornano.

Quel modo di stare al mondo non se n'è andato per una decisione tua. Se n'è andato quando le cose hanno cominciato ad avere un esito: i voti, poi i colloqui, poi il lavoro dove sbagliare costa. A un certo punto ogni cosa che facevi era anche una cosa su cui qualcuno si formava un'idea.

Prova a rispondere a questa, senza sconti: quand'è l'ultima volta che hai cominciato una cosa da zero, sapendo di essere scarsa, e sei andata avanti lo stesso oltre la seconda volta? Per molte la risposta sta prima dei venticinque anni. E non parliamo di un corso serale con l'attestato alla fine: parliamo di una cosa qualunque, provata male, davanti a qualcuno, per il solo gusto di provarla.

Non è una mancanza di coraggio. È che sei diventata bravissima a scegliere soltanto il terreno che conosci — e nel terreno che conosci non si impara più niente e non si ride quasi mai. È anche un terreno che si restringe da solo, un pezzo per stagione, senza che nessuno lo abbia deciso.

Una cosa fatta male, davanti a qualcuno

Questa è la cosa che ti farà venire più voglia di rimandare a domani, e ti conviene saperlo prima. Non perché sia faticosa — dura venti minuti e non richiede niente — ma perché è l'unica che si fa con qualcuno che ti guarda, e non esiste nessun modo di farla in privato per allenarsi.

Non serve nemmeno che ti piaccia. Serve che la tua giornata contenga una cosa che non ti riesce, così, senza scopo, per vedere che non succede niente: che nessuno cambia idea su di te, che il gruppo continua a giocare, che alle otto siete tutti al chiosco a bere qualcosa come ogni sera. Niente di tutto questo è in pericolo per una palla mancata.

Oggi fai una cosa in cui sei scarsa, davanti a qualcuno. Non allenarti prima e non avvisare nessuno. Se ti viene da dire «sono negata», dillo dopo, non prima — e reggi almeno un quarto d'ora, che è il tempo che ci vuole perché diventi divertente.

E se oggi la racchetta non arriva da sola, chiedila tu. Sono quattro parole da dire a gente che sta già giocando e che non aspetta altro che qualcuno si aggiunga. Chiederla è più difficile che accettarla, e vale il doppio.

Domani alle sei il rumore secco ricomincerà, con le pause in mezzo e le risate quando la palla finisce in acqua. La differenza è che una di quelle palle sarà tua, finita in acqua nel modo più ridicolo possibile, e ci sarai andata dietro correndo con l'acqua alle ginocchia.

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