Il fastidio davanti a «sono orgoglioso di annunciare» è una reazione corretta
SOCIAL EXPERT · LinkedIn in 21 giorni
Quelle frasi mettono chi scrive al centro e chi legge in platea, con un compito solo: applaudire. Come è fatta quella retorica, come si sposta il soggetto dall'io al lavoro e perché la falsa modestia non è la via d'uscita.
La settimana scorsa ti è successa una cosa di lavoro che valeva la pena raccontare. Un collaudo passato dopo mesi di rimbalzi, un incarico chiuso bene, un metodo che finalmente ha funzionato. Hai aperto il campo per scriverla, hai guardato il cursore che lampeggiava e hai chiuso tutto, perché le uniche formule che ti venivano in mente erano quelle: «sono orgoglioso di annunciare», «un traguardo che mi riempie di emozione», «grazie a tutti coloro che hanno creduto in me».
Quel fastidio è una reazione corretta, non snobismo. E vale la pena capire da dove viene, perché quella retorica ha una struttura precisa e una volta vista si smonta.
Perché quelle frasi danno fastidio
Il primo meccanismo è la disposizione della scena. Frasi come «sono orgoglioso di annunciare» mettono chi scrive al centro e chi legge in platea, con un compito solo: applaudire. Non c'è niente da imparare, niente da usare, niente su cui essere in disaccordo. Al lettore viene chiesto di dare qualcosa senza ricevere nulla in cambio, ed è per questo che si sente usato.
Il secondo è l'emozione dichiarata al posto del fatto. «Un'emozione indescrivibile» è una scorciatoia: dice al lettore che cosa dovrebbe provare invece di dargli la cosa che glielo farebbe provare. Se scrivi che dopo undici mesi il collaudo è passato al primo tentativo, l'emozione la costruisce chi legge — e allora è vera.
Il terzo è il ringraziamento pubblico usato come elenco. Quando i nomi ringraziati sono più di due, non sono più un ringraziamento: sono un modo per farsi vedere in mezzo a quei nomi. Chi li legge lo capisce, e capisce anche che quel messaggio non era per lui.
Nota bene dov'è il problema: non è parlare di sé. È parlare di sé senza dare niente. Il rimedio, quindi, non è la modestia. È la restituzione.
Sposta il soggetto
La regola è una sola e si applica meccanicamente: togli te dal centro della frase e mettici il lavoro. Non «io ho fatto», ma «questa cosa è andata così». Tre sostituzioni, per vedere come funziona.
Invece di: sono orgoglioso di annunciare che abbiamo vinto la gara. Scrivi: abbiamo vinto una gara che avevamo perso due volte. La terza volta abbiamo cambiato una cosa sola: siamo andati a vedere il posto prima di scrivere l'offerta.
Invece di: felice di condividere il mio nuovo ruolo. Scrivi: da lunedì mi occupo di collaudi invece che di progettazione. Cambia soprattutto una cosa: adesso vedo gli errori dei progetti dopo che sono stati costruiti.
Invece di: un'emozione indescrivibile ricevere questo riconoscimento. Scrivi: il premio l'ha preso un lavoro che avevo consegnato in ritardo di tre settimane. Racconto volentieri perché era in ritardo, perché è la parte utile.
Guarda che cosa è successo nelle tre versioni riscritte. In tutte e tre c'è un fatto che il lettore può usare: un metodo, un cambio di prospettiva, un ritardo con dentro una spiegazione. E in tutte e tre la notizia personale è rimasta al suo posto — la gara vinta, il ruolo nuovo, il premio ci sono ancora. Semplicemente non sono più l'unica cosa presente.
Questo è il punto che di solito si perde. Non stai rinunciando a dire che ti è andata bene. Stai aggiungendo la parte per cui vale la pena leggerti.
Quattro appigli mentre scrivi
Racconta il problema, non il premio. La parte interessante di qualunque risultato è la difficoltà che c'era prima. Il risultato è la fine della storia, e nessuno legge un romanzo partendo dall'ultima pagina.
Di' il come, non il quanto. I numeri grossi respingono, i metodi attirano. «Trecento pratiche gestite» non insegna niente a nessuno; come tieni l'ordine quando le pratiche aperte sono troppe, sì.
Nomina una persona sola, e per una cosa precisa che ha fatto. Un nome con accanto un fatto è un ringraziamento. Sei nomi in fila sono una fotografia di gruppo in cui vuoi comparire.
Lascia dentro una crepa. La cosa che non ha funzionato, il passaggio in cui hai tirato a indovinare, il dubbio che ti resta. È esattamente ciò che distingue un racconto da un comunicato stampa, e il lettore diffidente lo riconosce al primo colpo.
«Così però sembro falsamente modesto»
È un dubbio legittimo, e la risposta è: sì, se la modestia diventa una posa. La falsa modestia è l'altra faccia della stessa medaglia — al centro della scena c'è ancora chi scrive, solo travestito da persona che non ci teneva — e si riconosce con la stessa facilità.
Ma qui non ti si sta chiedendo di ridimensionarti. Ti si sta chiedendo di dire i fatti e di lasciare che siano loro a fare la figura. Sono due operazioni diverse: la prima ti costringe a fingere, la seconda ti costringe soltanto a essere preciso.
Un ingegnere strutturista di Bari racconta di aver scritto tre righe di ringraziamenti per l'incarico più grosso della sua carriera. Le ha cancellate e ha spiegato al loro posto come aveva preparato il preventivo. Le reazioni che ha ricevuto non erano complimenti: erano domande sul metodo. Dice che è stato molto meglio, e si capisce perché — un complimento finisce lì, una domanda è l'inizio di una conversazione.
Riprendi quella cosa della settimana scorsa
Quella che avevi in testa e non hai scritto. Scrivila tre volte di seguito, senza rileggere in mezzo.
La prima come viene, con tutti gli aggettivi e l'orgoglio che ci trovi dentro: serve solo a scaricare. La seconda togliendo ogni aggettivo, uno per uno, e guardando che cosa resta in piedi senza. La terza spostando il soggetto: non più tu che hai fatto una cosa, ma la cosa che è andata in un certo modo, con dentro il problema che c'era prima e il come che non hai mai raccontato a nessuno.
Pubblica la terza. Sono venticinque minuti, e il cursore stavolta smette di lampeggiare a vuoto.
