Non riesci a stare ferma nemmeno in vacanza
TIPISPIAGGIA · Cosa lascio andare quest'estate
Alle tre e mezza la spiaggia si svuota, tu hai niente da fare e ti senti in difetto. Non è pigrizia da vincere: è un'ora di riposo che avevi in mano e che hai restituito, perché tenerla era più difficile che spenderla.
Le tre e mezza del pomeriggio. È l'ora in cui la spiaggia si svuota davvero: chi ha bambini è risalito, gli altri dormono con il cappello sulla faccia, il bar del lido ha spento la musica.
Tu sei sul telo, all'ombra, con niente da fare. E ti senti in difetto.
Non è noia — la noia sarebbe un sollievo. È una cosa più stretta, a metà fra l'irrequietezza e la vergogna: la sensazione precisa di stare rubando qualcosa. Guardi l'ora e sono passati undici minuti. Prendi il telefono, lo rimetti giù. Ti alzi, sposti l'ombrellone di venti centimetri che non servivano.
Poi ti viene l'idea che risolve tutto: potresti fare due passi fino agli scogli. Oppure una nuotata, quella lunga, quella che vale. Oppure c'è il libro, che è anche un libro utile, uno di quelli che a fine estate potrai dire di aver letto.
E in trenta secondi hai trasformato il pomeriggio vuoto in un pomeriggio con un contenuto. Ti rimetti in piedi, e il fastidio passa. Passa sempre, quando ti rimetti in piedi.
Guarda com'è fatta la scusa
È sempre la stessa, e funziona sempre: non ti dice mai «alzati», ti propone una cosa bella. Non stai scappando dal riposo, stai andando a fare una nuotata. È per questo che non la riconosci mai in tempo.
Quello che è appena successo non è pigrizia vinta. È un'ora di riposo che avevi in mano e che hai restituito, perché tenerla era più difficile che spenderla.
Vista da fuori, è una bella vacanza
Ed è questa la parte difficile da vedere. Fai il bagno, cammini, leggi, vai a vedere il paese sopra la scogliera, provi il ristorante di pesce che ti hanno consigliato. Nessuno, guardando le foto, direbbe che c'è qualcosa che non va.
Ma prova a guardare le stesse giornate da un'altra angolatura, chiedendoti per ognuna di quelle cose: l'ho fatta perché la volevo, o perché così l'ora aveva un contenuto?
La corsa la mattina presto, che poi ti pesi. Il libro scelto perché serve a qualcosa. Le cuffie messe subito, appena ti siedi, per non stare con la sola compagnia del rumore dell'acqua. La passeggiata al tramonto con i passi contati dall'orologio. La gita a quel borgo, partita alle otto di mattina, perché altrimenti che ci siamo venuti a fare.
Perfino la spiaggia la organizzi: l'ora giusta per arrivare, quella giusta per il bagno, il posto giusto, il sacchetto della frutta tagliata la sera prima. È tutto ottimo, ed è tutto lavoro. Un lavoro che ti sei data da sola, con orari suoi e obiettivi suoi, e che ha soltanto cambiato ufficio.
C'è anche il modo in cui le racconti, queste giornate. La sera, al telefono, fai il resoconto: siamo andati, abbiamo visto, domani facciamo. È un rendiconto, con dentro la stessa premura di quando riferisci a un capo. Nessuno te l'ha chiesto, e tu lo fai lo stesso, perché una vacanza senza risultati da elencare ti sembrerebbe una vacanza mal spesa.
Nel frattempo la cosa che chiamavi riposo — stare, senza altro verbo — non è mai successa. E non perché non ci fosse il tempo: il tempo c'era, alle tre e mezza, ed è stato il primo a essere riempito.
La versione domestica
Va in scena nella casa affittata, e la riconosci dal fatto che in vacanza ti ritrovi a fare cose che a casa fai controvoglia e qui ti vengono quasi bene.
Il pavimento pieno di sabbia che passi due volte al giorno. La lavatrice dei costumi. La spesa fatta la mattina presto perché dopo c'è coda, e già che ci sei prendi anche per domani. Il frigo riordinato. Sono tutti gesti utili, nessuno dei quali era urgente, e tutti insieme fanno esattamente quello che serviva: ti danno una ragione per essere in piedi.
Perché è quello il punto. Non ti manca il riposo: ti manca il permesso. E allora ti costruisci da sola dei piccoli mestieri, uno per ogni ora scoperta, così da non doverti mai sedere senza una giustificazione in mano.
Poi c'è la variante peggiore, quella della sera tardi: ti accorgi di non aver fatto niente di utile e allora, prima di dormire, apri il telefono e sistemi due cose. Una prenotazione, un pagamento, una risposta che potevi dare lunedì. Vai a letto più tranquilla, e ti sei appena comprata il permesso di aver riposato.
La prova è che quando qualcuno ti dice «ma siediti, ci penso io», tu rispondi di no. Non per gentilezza: perché sedersi, a quel punto, sarebbe stare ferma davanti a testimoni.
Venti minuti di niente
Di tutti i gesti possibili, questo è quello che sembra più facile e che quasi nessuna riesce a fare la prima volta. Non c'è niente da imparare, niente da comprare, niente da dire a nessuno. Devi solo stare ferma, e infatti è difficilissimo.
Un avviso, così non ti spaventi: i primi minuti sono lunghissimi e sgradevoli. Ti verrà in mente tutto, comprese cose vecchie di anni, e sarai convintissima di avere qualcosa di urgente da fare. Non è vero. È solo la testa che, rimasta senza compiti, se ne inventa uno.
Venti minuti, oggi. Non il telefono, non il libro, non la nuotata, non la conversazione. Seduta o sdraiata, sveglia, a guardare l'acqua. Se ti serve un trucco per non barare, metti la sveglia a venti minuti e infilala in fondo alla borsa, così non puoi nemmeno controllare quanto manca.
Se proprio non ce la fai a starci per venti, comincia da otto. Otto minuti veri valgono più di venti fatti a metà con il telefono che spunta ogni tanto dalla borsa. Domani ne fai dieci.
Non ti succederà niente di speciale. Non arriverà nessuna rivelazione, e alla fine non sarai una persona nuova. Al massimo ti accorgerai che il rumore dell'acqua non è sempre uguale, e che il tempo, quando non lo riempi, si allarga in un modo che avevi dimenticato.
Poi rialzati e vai a fare quello che vuoi. L'unica cosa che è cambiata è che oggi, per venti minuti, non hai dovuto guadagnarti niente.
