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«Mi richiamerà?» non è una domanda che le carte possano leggere

DUE ORE · Impara a leggere i tarocchi in 2 ore

Quasi tutte le letture che finiscono in un'alzata di spalle sono già finite male prima di mescolare. Due difetti ricorrenti, tre mosse per riscrivere la domanda, e le quattro materie che si lasciano fuori dal tavolo.


«Mi richiamerà?» Tre carte sul tavolo, e adesso? Se esce una figura sorridente vuol dire sì, se esce una carta cupa vuol dire no? E se non esce né l'una né l'altra, come succede quasi sempre, che cosa hai in mano di preciso?

Niente. Hai in mano tre bellissime immagini e una domanda che non sa cosa farsene. Non è colpa delle carte, non è colpa tua, non hai mescolato male: è che quella domanda non si può leggere, come non si può misurare la temperatura con un righello.

La maggior parte delle letture che finiscono in un'alzata di spalle sono già finite male qui, prima ancora che il mazzo venisse toccato. Ed è una buona notizia, perché è la parte più facile da aggiustare: non serve conoscere una carta in più, serve cambiare due parole in una frase.

I due difetti

La domanda è chiusa. Ammette due risposte, sì e no, e le carte non danno risposte di quel tipo. Una scena non è un interruttore. Puoi torturarla finché non ti dice sì, ma a quel punto sei tu che stai rispondendo, con la faccia seria di chi sta consultando qualcosa.

La domanda guarda al futuro, cioè all'unico posto dove non c'è niente da vedere. Nessuna carta sa che cosa farà quella persona giovedì. E anche ammesso, per assurdo, che la risposta arrivasse: che cosa ne faresti? Se è sì aspetti, se è no aspetti lo stesso e in più sei di cattivo umore. Una risposta che non cambia nessun tuo gesto è una risposta inutilizzabile.

Le domande aperte sul presente si comportano al contrario. «Che cosa non sto vedendo di questa storia?» non ha una risposta preconfezionata, quindi le carte hanno spazio per dire qualcosa; e riguarda oggi, quindi qualunque cosa esca puoi farci un gesto entro stasera.

C'è anche un vantaggio meno ovvio: una domanda al presente ti impedisce di barare. Sul futuro puoi sempre dirti che si vedrà, e rimandare la verifica a un momento che non arriva mai; sull'oggi no.

Attenzione a un travestimento molto comune. «Che cosa devo fare?» sembra aperta e al presente, e invece è la stessa di prima con un vestito migliore: chiede alle carte di decidere, e le carte non decidono. Riscrivila come «che cosa sto già facendo senza essermene accorto?», e smette di essere una richiesta di ordini.

Tre mosse, in quest'ordine

Scrivi la domanda come ti è venuta, senza aggiustarla. Poi applica queste tre mosse, una alla volta, riscrivendola ogni volta per intero: sono operazioni grammaticali, non esami di coscienza.

  1. Sposta il tempo. Dal futuro all'oggi. «Andrà bene?» diventa «a che punto è adesso?». Tutto ciò che accadrà si può riscrivere come qualcosa che sta già succedendo e che non stai guardando.
  2. Apri la porta. Da sì o no a «che cosa». Qualunque domanda che si possa chiudere con un monosillabo va riaperta con «che cosa», «in che modo», «da dove»: sono le parole che obbligano una scena a raccontarti qualcosa.
  3. Riporta il soggetto a te. Da lui, lei, loro a io. Non perché gli altri non contino: sull'altro puoi solo fantasticare, su di te puoi fare qualcosa entro sera. «Che cosa vuole?» diventa «che cosa sto aspettando che succeda da solo?».

Tre passaggi e la domanda cambia natura: da previsione diventa osservazione. Ti sembrerà meno emozionante, e lo è — è precisamente il motivo per cui funziona.

Non è detto che servano tutte e tre. Falle comunque in ordine: costa dieci secondi ed evita di fermarti troppo presto, l'errore di chi ha già in mente la risposta che vorrebbe. E una regola di igiene: la versione finale dev'essere una frase sola, che puoi dire tutta d'un fiato. Se ti serve un «cioè» in mezzo, hai fatto due domande.

Le quattro che non si leggono

Poi ci sono domande che non si riscrivono: si lasciano fuori. Sono quattro, e non è un elenco scaramantico.

La salute, tua o di chiunque altro: sintomi, esami, diagnosi, cure. La morte, di chiunque e in qualunque forma. Le questioni legali: cause, separazioni, contratti, denunce. Il denaro di altre persone: eredità, debiti, quanto guadagna qualcuno, che cosa farà del suo.

Il motivo è sempre lo stesso e non ha niente di misterioso. Sono materie in cui una risposta sbagliata fa danni veri e in cui esiste qualcuno che sa rispondere davvero: un medico, un avvocato, un commercialista. Un mazzo di carte non ha nessuna di quelle competenze, e fingere che le abbia non è audacia, è un imbroglio — anche quando l'imbroglio lo fai a te stesso alle undici di sera.

C'è poi un effetto pratico che vedrai da solo: sono anche le domande che rovinano le letture. Chiedi delle carte su un esame che stai aspettando e passerai i tre minuti successivi a cercare il presagio, in una direzione o nell'altra, senza guardare più niente. Non stai leggendo: stai facendo l'oroscopo alla tua paura.

Rifiutarle non ti rende meno bravo: ti rende uno che sa dove si ferma.

E quasi sempre, sotto la domanda vietata, ce n'è una vicina che si può leggere. Non «guarirò», ma «di che cosa ho bisogno in queste settimane in cui non sto bene»; non «vincerò la causa», ma «che cosa mi sta costando davvero tenere aperta questa storia». La materia grave resta a chi la sa trattare, e a te resta la tua parte.

E se la domanda riscritta ti sembra meno urgente di quella di partenza, è normale: è il segno che hai smesso di chiedere una previsione e hai cominciato a chiedere una descrizione. La prima consolava per dieci minuti. La seconda ti resta in mano.

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