La cosa che avevi messo via e non dici più a voce alta
TIPISPIAGGIA · Cosa mi riprendo quest'estate
Non è sparita: ha cambiato posto, e soprattutto ha cambiato tempo verbale. Il condizionale passato sposta la faccenda dove non si può più andare a controllare — e chiude il discorso prima che qualcuno faccia domande.
L'ombrellone accanto lo hanno piantato stamattina due ragazze che parlano forte, come si parla quando non si è ancora imparato a tenere la voce bassa in mezzo agli sconosciuti. Quella con il costume verde sta spiegando all'altra che a settembre si iscrive, che sono cinque anni pieni, e che sua madre continua a dirle di fare qualcosa di più sicuro.
Tu sei girata dall'altra parte, con la crema sulle gambe e le orecchie perfettamente aperte. Non è curiosità per i fatti loro. È che quella lì sta parlando di una cosa che avrà fra cinque anni come se fosse dietro l'angolo, e lo sta facendo a voce spiegata.
Poi arriva la frase. «Io lo so cosa voglio fare.» Non la dice per convincere nessuno, la dice come si dice l'ora. E tu hai fermato la mano sul ginocchio, con la crema a metà e la sabbia attaccata al polpaccio, e per qualche secondo hai smesso di fare qualunque cosa.
Perché a ventitré anni lo sapevi anche tu, e lo sapevi con la stessa precisione insopportabile: la cosa, l'ordine in cui andava fatta, il tempo che ci voleva. Ne parlavi la sera in cucina, con il vino cattivo e la finestra aperta, e nessuno di quelli che erano seduti lì trovava strano che tu la dicessi.
Non era un sogno, quello. I sogni sono vaghi e non hanno tappe. Quello aveva le tappe, aveva perfino una seconda strada nel caso la prima si chiudesse, e aveva una data d'inizio che ti sembrava vicinissima. Era un piano, fatto e finito, e non ti pareva nemmeno particolarmente ambizioso.
Adesso, con le due ragazze che ridono a un metro da te, ti accorgi di una cosa piccola e sgradevole: che non lo dici a voce alta da anni. Che tu l'abbia messo via lo sapevi già. La novità è che non ricordi nemmeno in che stagione l'hai pronunciato l'ultima volta.
Ha cambiato posto, e tempo verbale
La cosa non è sparita: sta in una cartella di link salvati che si chiama «varie», dentro una borsa di tela in fondo all'armadio con i quaderni di allora. Sta lì e non dà fastidio a nessuno.
Ha cambiato anche tempo verbale, ed è il segnale più chiaro di tutti. Adesso, quando ne parli — e ne parli pochissimo — usi il condizionale passato: mi sarebbe piaciuto, avrei voluto. È una forma comodissima: sposta la faccenda dove non si può più andare a controllare, e chiude il discorso prima che qualcuno faccia domande.
A tavola, quando salta fuori, la racconti come un aneddoto divertente. «Ma lo sai che io volevo fare…», e giù una risata. Poi qualcuno dice «e perché non l'hai fatto?», e tu rispondi «eh, poi la vita», che è la risposta più corta che esista e anche la meno vera.
Il sassolino sotto lo sterno
C'è poi quello che succede quando una che conosci comincia una cosa nuova a quarant'anni. Sei contenta davvero, la abbracci, le dici che è bravissima e lo pensi. E insieme alla contentezza arriva un sassolino, sotto lo sterno, che se ne va dopo un'ora e che non hai mai raccontato a nessuno.
Quando al lido qualcuno ti chiede che lavoro fai, hai la frase pronta. Dura sei secondi e non lascia appigli. Se arriva «e ti piace?», dici «è un lavoro» e cambi discorso con la scioltezza di chi lo fa da anni.
Il punto scomodo è che non stai male. La tua vita funziona, hai fatto delle cose e qualcuna era buona. La faccenda messa via non ti tiene sveglia la notte, non piange mai, non chiede niente. Si fa sentire in modo educatissimo — tipo adesso, in agosto, mentre due ragazze a un metro da te parlano di settembre.
Una riga, e la prima mossa
Non si tratta di sapere come va a finire. Non lo sa nessuno, e quelle che sembrano saperlo hanno soltanto cominciato prima. Si tratta di una cosa più piccola e più fastidiosa: scriverla su un pezzo di carta e farla uscire dalla tua testa entro stasera, che è il posto dove sta comoda da troppo tempo.
Il foglietto conta più di quanto sembri. Un pensiero si riscrive da solo ogni volta che lo guardi, si allarga, si spaventa, trova le sue ragioni per aspettare ancora un anno. Due righe scritte a mano stanno ferme: le rileggi domani e sono le stesse, con la stessa sabbia sopra.
Scrivi la cosa che avevi messo via, una riga, con le parole tue. Sotto, la prima mossa possibile: piccola, fattibile entro settembre, di quelle di cui si vede se le hai fatte o no. Poi dilla a una persona, oggi, con il giorno.
Se mentre la dici ti si chiude la gola, non vuol dire che è tardi e non vuol dire che ti stai facendo del male. Vuol dire che stai tirando fuori una cosa che stava sotto da parecchi anni, e che era rimasta accesa tutto il tempo senza che tu la controllassi mai.
Le due ragazze accanto hanno smontato l'ombrellone e sono andate via ridendo, senza sapere niente di te. Tu sei rimasta seduta, con il foglietto piegato in due dentro la custodia degli occhiali e la spiaggia che si svuotava dal fondo.
A ventitré anni lo dicevi in cucina, ad alta voce, davanti a gente che non si stupiva. Stasera lo dirai a una persona sola, con la voce più bassa e la sabbia ancora sulle gambe. Conta uguale.
