Clementia

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Il quaderno dove segni tutto quello che fai

TIPISPIAGGIA · Il telo accanto

Non lo apri mai di proposito: si aggiorna da solo mentre fai le cose. Sei convinta di stare dando, e intanto stai segnando. Come si riconosce un registro di coppia e come si smonta, una voce alla volta.


Sono le nove e mezza e la sabbia scotta già. Hai piantato l'ombrellone da sola, girandolo due volte per trovare il verso giusto, e adesso stai aprendo le sdraio mentre lui arriva dal parcheggio con la borsa frigo.

Arriva tranquillo, con gli occhiali sulla testa. Dice: hai fatto tutto tu, brava. Lo dice con affetto vero, e tu rispondi figurati, e sorridi. Poi ti giri a stendere il telo, e mentre lisci l'angolo con la mano ti passa in testa una frase precisa, una frase che ha un tono: come sempre.

Nessuno l'ha sentita, quella frase. È entrata nel registro, che è un quaderno immaginario che tieni da anni e che non hai mai fatto leggere a nessuno.

Ci sono già scritte parecchie cose. La borsa frigo riempita ieri sera mentre lui guardava la partita. I regali per sua sorella, scelti da te, con il biglietto scritto da te. Il compleanno di sua madre ricordato da te per il quarto anno di fila. Le telefonate ai suoi la domenica, quelle in cui sei tu a chiedere come stanno le ginocchia. La prenotazione di questa casa, fatta a marzo, con le tre email di sollecito.

La colonna delle uscite è fitta. La colonna delle entrate esiste anche lei, e non è nemmeno vuota, ma tu le voci ci finisci sopra distratta, mentre nell'altra pesi tutto al grammo.

E la cosa importante è questa: lui il quaderno non l'ha mai visto. Sta stendendo il suo telo di fianco al tuo, contento, e per lui oggi è semplicemente il quarto giorno di mare.

Non lo apri mai di proposito

Si aggiorna da solo, in sottofondo, mentre fai le cose. È questa la parte che lo rende difficile da riconoscere: tu sei convinta di stare dando, e intanto stai segnando.

Si sente dalla lingua che usi quando parli con le tue amiche. «Ho fatto tutto io.» «Se non ci penso io non ci pensa nessuno.» «Se aspettavo lui.» Sono frasi che escono con una risata, e la risata serve a coprire il fatto che sono voci di bilancio dette ad alta voce.

Si sente dai gesti fatti in un certo modo. Metti a posto la cucina facendo rumore. Chiudi lo sportello del frigo un po' più forte. Non lo fai apposta, o almeno non del tutto: è il registro che chiede di essere visto, perché un conto tenuto in silenzio a un certo punto vuole un lettore.

Si sente da come rifai le cose. Lui stende i teli e tu li tiri di nuovo agli angoli. Lui carica la lavastoviglie e tu la risistemi mentre è di là. Sono gesti di due secondi e sembrano niente, ma dicono una cosa precisa: che l'unico modo giusto è il tuo. E ogni volta che rifai qualcosa, quella cosa passa dalla sua colonna alla tua.

Poi c'è il momento in cui lui fa una cosa, una qualunque, e tu la valuti. Ha portato il caffè a letto? Bene, però lo fa una volta ogni tanto, mentre tu la spesa la fai sempre. Ha organizzato lui la serata? Bene, però l'hai dovuto chiedere. Ogni cosa che arriva viene pesata contro la colonna delle uscite, e in un conto così non c'è cifra che basti a pareggiare.

E c'è l'attesa, che è la parte più segreta. Non aspetti che ti ringrazi: aspetti che se ne accorga. Che entri in cucina, guardi la borsa frigo pronta sul tavolo e capisca da solo che cosa gli è stato dato. Ogni volta che non succede, e non succede quasi mai, la cifra si allunga di una riga.

La sera in cui il quaderno si apre da solo

Non è mai una sera importante. È una sera qualsiasi, con i piatti nel lavandino e il ventilatore acceso, e il motivo è sempre una cosa da niente: la doccia lasciata piena di sabbia, una frase detta di sfuggita.

E in due minuti esce tutto. Tre anni in due minuti, con le date, con gli esempi, con quello che era successo a Natale. Parli veloce perché hai paura che ti interrompa, e più parli più il conto si allunga, perché una voce ne richiama un'altra e sono tutte lì, ordinate, pronte da anni.

La cosa che ti sorprende, mentre parli, è che non ti fa bene. Ti aspettavi una specie di sollievo, la sensazione di aver finalmente messo giù un peso, e invece più elenchi più ti senti sola. Perché ogni voce che leggi ad alta voce è la prova di una cosa che non hai chiesto quando potevi chiederla.

Lui ti guarda con una faccia che non dimenticherai. Non è la faccia di uno che si difende — quella arriva dopo. È la faccia di uno a cui hanno appena messo in mano una fattura per una casa che non sapeva di aver comprato. E la prima cosa che dice, quasi sempre, è: perché non me l'hai detto prima?

La risposta, quella che non dirai, è che una riga sola non dimostrava niente. Ci voleva tutto il quaderno, per far vedere quanto.

Come si smonta: una voce alla volta

La difficoltà non sta nel dire la frase: sta nel non dire le altre. Perché quando finalmente apri la bocca su una cosa che ti pesa, tutte le sue sorelle si mettono in fila dietro, ed è un attimo lasciarle uscire.

Scegline una sola, e scegli la più recente. Non la più grave: la più fresca. Quelle vecchie hanno addosso troppa polvere e non si riescono più a dire senza rancore.

Prendi la cosa più recente che ti ha pesato e dilla oggi, in una frase, senza le altre trentacinque attaccate. «Mi è pesato fare tutto io per la cena di sabato.» Punto. Poi lascia parlare l'altro, e non aggiungere niente per il resto della sera. Una voce, una volta, alla luce.

Dilla presto nella giornata, non in fondo. Le cose che pesano, dette dopo cena, hanno già addosso la stanchezza di tutte le ore precedenti e vengono fuori con un tono che non volevi. Detta la mattina, la stessa frase è quasi un'informazione di servizio.

Ti sembrerà pochissimo. Dopo anni di quaderno, una riga sola detta ad alta voce sembra quasi ridicola, e verrà la tentazione di rinforzarla con un esempio, e poi con un altro.

Ma è così che si smonta un registro: una voce per volta, dette mentre sono ancora tiepide, finché il quaderno non ha più niente dentro e resta soltanto una borsa frigo da riempire in due, la sera prima di andare al mare.

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