Le conversazioni che rifai in testa e non finiscono mai
TIPISPIAGGIA · Cosa lascio andare quest'estate
La risposta giusta arriva sempre in ascensore, e da lì la scena la rifai per mesi: sotto la doccia, in macchina, la notte. Non è quella persona che ti tiene, è la scena rimasta aperta. E come si chiude.
Sono le quattro e mezza e l'ombra dell'ombrellone si è spostata di nuovo. Ti sei spostata anche tu, senza accorgertene. Hai il libro aperto sulla stessa pagina da venti minuti, ma non stai leggendo: stai rispondendo a una persona che non è qui.
La scena è quella di marzo. La riunione, il tavolo lungo, lei che dice quella frase con il tono che sembrava una domanda e non lo era. E tu che rispondi va bene, ci penso io. Poi sei uscita, hai preso l'ascensore, e nell'ascensore è arrivata la risposta giusta. Sei parole, precise, educate, con dentro esattamente quello che volevi dire. Le porte si sono aperte al piano terra e tu eri ancora lì a ripeterle.
Da allora quella scena la rifai. Non ogni giorno, ma spesso: mentre stendi, mentre guidi, mentre aspetti che salga il caffè. La rifai con la versione dell'ascensore, e ogni volta ti viene meglio. Nella testa sei brillante, hai il tempo comico giusto. Nella testa lei si ferma un secondo, e tu la vedi bene, la faccia che fa.
La stai rifacendo adesso, con la sabbia che a quest'ora scotta ancora e due bambini che si tirano l'acqua a un metro dal telo. Hai attraversato mezza Italia in macchina e ti sei portata dietro una riunione di marzo. Lei, quasi certamente, non se la ricorda: quel giorno aveva altro per la testa e ha detto quella frase come si dicono cento frasi al giorno.
Nessuno sa che lo stai facendo, ed è la parte comoda: succede tutto all'interno, da fuori non si vede niente. Da fuori sei una donna sul telo con il libro appoggiato sulle ginocchia e i capelli che si asciugano male. Da dentro c'è un processo aperto, con la stessa udienza da mesi, e l'imputata sei sempre tu.
Lo riconosci dal corpo, prima che dai pensieri
La mascella si chiude. Le spalle salgono di un centimetro e restano lì. A volte le labbra si muovono davvero, appena, e te ne accorgi solo perché il bambino dell'ombrellone accanto ti sta guardando con la paletta in mano.
Poi ci sono i posti, e ognuna ha i suoi. La doccia, che è il posto classico, perché lì non puoi fare nient'altro. La macchina in coda. I quaranta secondi dal telo alla battigia, in cui ci sta comoda una discussione intera. E la sera tardi, quando la casa è ferma e non resta più nessun rumore a coprire.
La notte è il turno lungo. Ti svegli per una ragione qualunque, il caldo o la sete, e prima ancora di aprire bene gli occhi il fascicolo è già aperto. Non è mai solo la conversazione di marzo: appena si crea uno spiraglio entra anche tutto il resto. La cosa che hai detto al matrimonio di tua cugina. Il messaggio con il punto esclamativo di troppo. Quella volta che hai salutato per prima una che non ti aveva vista.
La variante che sembra utile
C'è una versione che è la più difficile da smettere, perché si traveste da prudenza: non stai rimettendo in scena il passato, stai preparando il futuro. Se la incontro, se me lo richiede, se salta fuori quel discorso, allora dico così.
Sembra previdenza. È lo stesso identico film con un vestito migliore addosso.
E il finale è sempre quello. Non arriva nessuna sentenza, nessuno ti dice che va bene, che puoi andare. La scena si chiude come si era chiusa davvero, oppure si chiude con te che vinci in una stanza dove non c'è nessuno. Allora ti giri dall'altra parte, sistemi il cuscino e provi a dormire con l'impressione precisa di aver lavorato tutta la notte senza concludere niente.
Quasi mai dall'altra parte c'è una nemica
Le conversazioni che si riaprono di più sono quelle con le persone che contavano: tua madre, un'amica che a un certo punto si è raffreddata, un uomo che ti ha lasciata con una frase troppo corta per quello che doveva reggere. Chi non contava esce di scena e non torna; loro restano in aula per anni.
Con loro il processo cambia anche forma. Non cerchi la battuta che vince: cerchi la frase che spiega, quella che avrebbe fatto capire chi sei davvero e rimesso ogni cosa al suo posto. La cerchi da anni. Ogni tanto ti sembra di averla trovata e per due secondi stai meglio, poi ti accorgi che non hai nessuno a cui consegnarla. E allora, senza deciderlo, scrivi anche la sua parte: nella scena lei si ferma, ascolta fino in fondo, dice che non aveva capito. Sei tu che le scrivi le battute, comprese quelle che aspetti da tre anni.
È tutta qui la sproporzione. Da una parte una persona che ormai ricordi a pezzi — il profilo, una giacca, il modo di ridere. Dall'altra una frase che sai a memoria, con le pause al punto giusto, provata per anni davanti a un pubblico che non c'è mai stato.
Non è quella persona che ti tiene: è la scena rimasta aperta.
Il mare sta a sentire e non risponde
Fa una cosa che nessuna persona ti fa: ascolta senza rispondere e senza ricordarsi niente. È rumoroso abbastanza da coprirti la voce, e verso sera, quando la spiaggia si svuota e resta solo qualcuno che chiude gli ombrelloni, non c'è più nessuno che ti guarda.
Quindi la frase che tieni in bocca da mesi, quella dell'ascensore, quella provata in macchina con il finestrino aperto, puoi anche dirla. Non a lei: qui. Ad alta voce e una volta sola, che è la parte importante di tutto il gesto.
Una volta sola, perché due volte è di nuovo la replica. E ad alta voce perché appena esce dalla bocca la senti per quello che è: una frase come le altre, un po' meno affilata di come suonava dentro, e comunque non la chiave che riapre marzo.
Scendi all'acqua verso sera, con i piedi dentro fino alla caviglia. Aspetta un'onda e dilla tutta intera, con il nome di chi doveva sentirla. Una volta. Poi torna al telo senza girarti a controllare se qualcuno ti ha sentita.
Non succede niente di solenne. Ti senti un po' scema, l'acqua è più fredda del previsto e tornando indietro ti viene da ridere da sola. Ma quella frase, per la prima volta in tre anni, l'ha sentita qualcuno. Anche se era soltanto acqua salata, che non ti ha risposto e domani non se la ricorda.
