Coliche del neonato: che cosa funziona davvero e che cosa no
I PRIMI SEI MESI · Finalmente calma
«Colica» sembra una spiegazione e non lo è: descrive un pianto, non ne dice la causa. Che cosa regge la prova dei dati, che cosa non ha mai battuto il placebo, e perché la dieta di chi allatta quasi sempre non c'entra.
La parola «colica» ha un difetto nascosto: sembra una spiegazione, e non lo è. Quando il pediatra la pronuncia ti sembra che finalmente qualcuno abbia dato un nome al problema. In realtà ti ha descritto quello che già vedi: un bambino sano che piange tanto, a lungo, senza un motivo evidente.
Per secoli si è dato per scontato che fosse un dolore di pancia — il nome stesso viene dal greco kolikós, relativo all'intestino. La verità scomoda è che oggi nessuno sa con certezza da dove venga quel pianto, e che in molti bambini la pancia probabilmente non c'entra.
Vale la pena separare quello che sappiamo da quello che immaginiamo, perché sulla colica circolano più leggende che dati, e ogni leggenda porta con sé un rimedio da comprare, una dieta da seguire, un senso di colpa da portare.
Una cosa prima di tutte: la colica, per definizione, riguarda un bambino sano e che cresce bene. Se il pianto si accompagna a febbre, vomito, rifiuto del cibo, letargia o scarsa crescita, non stiamo parlando di colica: stiamo parlando di qualcosa da mostrare al pediatra, subito.
La regola del tre, e perché è invecchiata
Nel 1954 il pediatra Morris Wessel, osservando 98 lattanti, propose la definizione che è sopravvissuta settant'anni ed è ancora la più citata: si parla di colica quando un bambino sano e ben nutrito piange più di 3 ore al giorno, per più di 3 giorni a settimana, per più di 3 settimane.
È facile da ricordare, e proprio per questo un po' sospetta. Chi cronometra davvero tre ore di pianto spalmate su una giornata? E aspettare tre settimane prima di dare un nome alla fatica di una famiglia è tanto crudele quanto poco utile.
Per questo nel 2016 un gruppo internazionale di esperti ha aggiornato la definizione — i criteri di Roma IV. La finestra di osservazione scende a sette giorni, e soprattutto si aggiungono criteri di qualità e non solo di quantità: episodi di pianto o agitazione senza causa evidente, che il genitore non riesce né a prevenire né a calmare, in un bambino che per il resto sta bene e cresce regolarmente.
In una frase: la colica non è una malattia con una causa nota, è la descrizione di un pianto intenso, prolungato e inconsolabile in un bambino sano. È un'etichetta onesta proprio perché ammette la propria ignoranza sulle cause.
Quanti bambini, davvero
Qui succede una cosa che spiega perché in giro trovi cifre così diverse: quanto è frequente la colica dipende quasi interamente da come la definisci.
Con i criteri di Roma IV le stime si aggirano intorno al 10-15% dei lattanti. Ma se metti insieme tutta la letteratura, con le sue definizioni diverse, il ventaglio si allarga dal 4% a quasi il 28%. Usando il fenotipo più rigoroso, quello di tipo Wessel, una stima attenta scende intorno al 9,3%.
Due cose da portare via. La prima: non sei un'eccezione statistica — circa un bambino su dieci, a essere prudenti, attraversa questa fase. La seconda: chi ti cita un numero preciso e sicuro sta semplificando.
Che cosa funziona davvero, e per chi
Fra tutto quello che si vende, si consiglia e si tramanda, che cosa regge la prova dei dati? La risposta corta è: poco, e con molti asterischi. Ma un asterisco vale la pena leggerlo.
Il rimedio con l'evidenza più solida è un probiotico, il Lactobacillus reuteri DSM 17938. Una meta-analisi che ha rimesso insieme i dati individuali di 345 lattanti ha mostrato una riduzione del pianto e un aumento della quota di bambini che rispondono al trattamento. Un secondo lavoro, su 423 lattanti, va nella stessa direzione, con un buon profilo di sicurezza.
L'asterisco che conta: quel beneficio è documentato soprattutto nei bambini allattati al seno. Nei lattanti alimentati con formula l'effetto è assente o incerto. Tradotto: non è una medicina universale, e comunque si dà solo su indicazione del pediatra, che sceglie se, quando e a che dose. Il probiotico giusto per il bambino della tua amica potrebbe non essere quello giusto per il tuo.
È già molto, per un campo in cui quasi tutto il resto delude. Ma proprio perché è l'unica cosa con prove decenti, va portata al pediatra come domanda, non comprata da sola sullo scaffale della farmacia.
Che cosa promette e non mantiene
La parte scomoda, quella che nessuno stampa sulla confezione: diversi rimedi popolarissimi non hanno dimostrato di battere il placebo.
| Rimedio | Che cosa dicono i dati |
|---|---|
| L. reuteri DSM 17938 | Evidenza più solida, ma soprattutto nei bambini allattati al seno. Solo su indicazione del pediatra |
| Simeticone | Nessuna efficacia superiore al placebo nelle revisioni sistematiche |
| Manipolazione osteopatica o chiropratica | Risultati «positivi» ma non conclusivi, gravati da alto rischio di distorsione nella valutazione |
| Estratti erboristici (per esempio finocchio) | Qualche segnale in piccoli studi, ma qualità bassa e dubbi su dosaggio e sicurezza |
Il caso più eclatante è il simeticone, l'antischiuma da banco che «rompe le bollicine» d'aria: è fra i più venduti, ed è anche quello per cui le revisioni più rigorose non hanno trovato efficacia superiore al placebo. Non è pericoloso, ma quello che vedi migliorare è probabilmente il tempo che passa, non il farmaco.
Sui trattamenti manuali serve una precisazione: gli studi che li descrivono come utili hanno un difetto ricorrente — i genitori che ne giudicavano l'effetto sapevano che il bambino era stato trattato. E un genitore che spera tende a vedere miglioramenti. Non è malafede: è come funziona la mente umana quando è esausta e vuole crederci.
Nessuno di questi va usato di testa propria. Sui prodotti erboristici, in particolare, dosaggio e sicurezza nel lattante non sono questioni risolte.
L'ipotesi del microbiota, raccontata per quello che è
Se il probiotico funziona per alcuni, viene naturale pensare che il problema stia nella pancia, nei batteri che la abitano. È l'ipotesi del momento.
Alcuni studi trovano che i bambini con colica tendono ad avere una flora intestinale diversa: più batteri produttori di gas e meno batteri dall'effetto anti-infiammatorio. Qualche ricerca arriva a dire che, guardando la composizione batterica delle prime settimane, si potrebbe prevedere il pianto a quattro settimane con una certa accuratezza.
Attenzione a una parola, però: associazione non vuol dire causa. Che due fenomeni vadano spesso insieme non dimostra che uno provochi l'altro, e i risultati variano parecchio da studio a studio. L'ipotesi è plausibile e affascinante, ma oggi è un indizio, non un verdetto.
E la dieta di chi allatta?
È l'accusa che prima o poi arriva: «è quello che mangi tu». I dati dicono altro. Nei bambini allattati al seno, togliere i latticini alla mamma non ha dimostrato di ridurre la colica, e le diete di eliminazione più ampie hanno prove deboli e vanno seguite solo con una guida professionale.
Non toglierti cibi da sola: rischi di impoverire te senza aiutare lui.
La notizia migliore
C'è un rimedio che funziona sempre, non costa nulla e non ha controindicazioni: il tempo. La colica per sua natura si esaurisce da sola, e nella grande maggioranza dei bambini il pianto intenso cala e si spegne verso i tre-quattro mesi.
Non è una consolazione da poco. Significa che qualunque cosa tu stia facendo, o non facendo, questa fase ha una data di scadenza scritta nella biologia del tuo bambino. Non stai fallendo: stai aspettando che passi una tempesta che, per sua natura, passa.
E una cosa da non dimenticare mai: la parola «colica» non deve diventare il motivo per non far vedere il bambino. Se compaiono febbre, vomito, rifiuto del cibo, letargia, scarsa crescita, o se il pianto cambia bruscamente carattere, si chiama il pediatra senza aspettare.
